Daniele Cassioli su tavola da surf trainato. Tiene la corda con il piede.

STORIA E VALORI

Chi è Daniele Cassioli?

La risposta più scontata eppure poco esplorata è che sono una persona innamorata della vita e dell’essere umano che, quando vuole, sa essere straordinario.

Cosa rappresenta per te lo sport?

Lo sport per me è stata una salvezza, inizialmente dalla frustrazione di essere l’unico cieco tra 500 bambini a scuola, per esempio. Da quello stato d’animo sono poi arrivate tante altre consapevolezze grazie allo sport. Attualmente, infatti, lo definirei un grosso strumento di crescita per me, a partire da quando ero atleta per arrivare alla mia storia recente in cui lo sport è diventato anche il centro di un mio progetto a cui tengo molto: www.sportrealeyes.it

Valori e messaggi che promuovi attraverso le tue attività e i tuoi libri?

Non esistono problemi di serie A o serie B, esistono soluzioni di serie A e serie B e la nostra responsabilità di scegliere che significato dare a ciò che siamo e a ciò che ci accade è davvero decisiva.

Quale o quali sono state le tue più grandi soddisfazioni?

Ho il privilegio di averne vissute tante, a partire dai successi sportivi per arrivare alla pubblicazione di due libri (per ora). La cosa che più mi trasmette soddisfazione è quella di essermi costruito la fortuna di fare ciò che mi rende sereno. E chi l’avrebbe mai detto quando avevo 5 anni?…

VIAGGI

Trasferte e viaggi: come li organizzi? Qual è la tua esperienza in merito?

Solitamente mi appoggio ad amici o fidanzata. Non ho mai organizzato un viaggio da solo.

Esempio positivo e negativo di un’esperienza di viaggio.

In merito all’accessibilità ho avuto una bellissima sorpresa all’Hotel Olympic di Tirrenia, una struttura già pensata per ciechi e attualmente popolata da personale educato sul tema. Sì, perché non è solo andare da solo il vero nocciolo: sapere anche che quando avrò un figlio lì posso andarci con la famiglia ed essere totalmente autonomo nel muovermi è, almeno per me, fondamentale.

Esperienza negativa: purtroppo un paio di volte le ho avute coi treni: non vengono annunciate quasi mai le fermate e quindi mi è capitato di sbagliare stazione e scendere altrove; un’altra volta l’assistenza, a Modena, mi ha dimenticato e sono finito a Bologna.

Devo dire, a onor del vero, che nella maggior parte dei casi il servizio di assistenza è ottimo e, in generale, il personale è davvero sensibile e consapevole.

La tecnologia è un supporto nella tua vita quotidiana e quando viaggi? Se sì, in che modo?

Certamente! Ci ha cambiato la vita: scegliere un ristorante dopo aver letto le relative recensioni, prenotare un biglietto o semplicemente guardare gli orari dei mezzi di trasporto. Adesso basta un telefonino con sintesi vocale e il gioco è fatto!

Quali informazioni sono per te importanti quando sei alle prese con l’organizzazione di un viaggio? Su internet trovi tutti i dati di cui hai bisogno?

Assolutamente no. È giusto intanto sottolineare che culturalmente una struttura è in ordine quando non presenta barriere architettoniche. Per chi non vede l’accessibilità si concretizza su altri livelli, per esempio avere un sito accessibile. Spesso è impossibile completare in totale autonomia una registrazione, una prenotazione fino, addirittura, a fare fatica a navigare dentro un sito.

Cosa comporta viaggiare per una persona con disabilità, anche dal punto di vista psicologico?

Non parlo a nome di una categoria, posso dare la mia esperienza: c’è sempre da sperare che si trovino sul cammino persone preparate o quanto meno disponibili. Se in hotel nessuno è disposto a spiegarti dov’è la sala colazione non ci arriverai mai e, se è a buffet, senti il profumo e gli altri mangiare e tu digiuni. È sicuramente stancante viaggiare da solo perché la conoscenza di un posto nuovo costa di più dal punto di vista delle energie emotive. Allo stesso tempo è bello poter conoscere qualche persona in più, con la “scusa” di farsi aiutare.

Barriere fisiche e mentali: a che punto siamo in Italia?

In generale devo dire che ho la percezione di un netto miglioramento diffuso. Non ho il cane ma so che quella è una grossa barriera culturale: molti taxi non caricano i cani guida, mi è capitato che in un hotel mi abbiano detto che lo accettavano volentieri, ma non in sala ristorante: come se lì a tutti i ciechi tornasse la vista.

Il cane non è un capriccio, è un’esigenza al pari della sedia a rotelle e ammetterlo o meno in un luogo non deve essere a discrezione del personale.

Hai riscontrato delle differenze all’estero e, nello specifico, dove?

C’è chi sta peggio e chi sta meglio. Negli Stati Uniti, per esempio, il personale è più educato sul tema e la disabilità è meno tabù perciò, di conseguenza, meglio conosciuta. A me capita qua da noi che, visto che dico che non vedo, mi “appioppano” la stanza per chi ha una disabilità fisica. Apprezzo moltissimo la sensibilità, sarò ancora più felice quando sarà accompagnata da una maggior conoscenza dell’argomento.